Alle 7:58 del mattino, ora locale (00:58 UTC), del 26 dicembre 2004, un violento terremoto ha scosso la regione di Banda Aceh, in Indonesia, segnando l’inizio di una delle più devastanti calamità naturali dell'ultimo secolo. Il terremoto di magnitudo 9.1 è uno tra i terremoti più forti registrati nel XX e XXI secolo ed è stato generato dalla rottura di una faglia lunga oltre 1000 km avvenuto al margine tra la placca Indo-Australiana.
Le onde si propagarono in tutto l'Oceano Indiano e oltre: vicino all’epicentro in Aceh (Indonesia) si registrarono run-up di oltre 30 metri. In Thailandia (ove le onde raggiunsero run-up di 10-20 m a seconda dell'esposizione costiera), Sri Lanka (10-13 m di run-up), India, Maldive le onde di maremoto causarono devastazione e decine di migilaia di morti, tra cui turisti da ogni parte del mondo.
Il bilancio complessivo fu terribile: oltre 227.000 vittime accertate e centinaia di migliaia di sfollati, con danni economici e sociali incalcolabili nelle comunità locali (qui trovi ulteriori informazioni sull'evento).
La conoscenza indigena - salvavita - dei Moken
Molte sono le storie emerse in seguito a questo catastrofico evento. Alcune le abbiamo raccontate e impresse nella storymaps dedicata allo tsunami dell'Oceano Indiano, pubblicata lo scorso anno.
Una delle più significative dal punto di vista socioculturale riguarda i Moken, un popolo indigeno e nomade del mare che abita da sempre in mare (in villaggi composti da palafitte in legno) e nelle isole tra la Thailandia e il Myanmar. Nella lingua thailandese, il termine Chao Lay identifica i Moken come “gente del mare”, espressione con cui vengono comunemente indicati i popoli marittimi indigeni della regione. I Moken vivono tradizionalmente in imbarcazioni chiamate "kabang" e trascorrono gran parte dell’anno in mare, sviluppando una conoscenza profonda delle dinamiche marine e dei segnali naturali dell’ambiente.
Studi etnografici e sociologici hanno documentato come, il 26 dicembre 2004, i Moken notarono un ritiro anomalo del mare dalla costa, accompagnato da altri segnali naturali che essi associano a fenomeni naturali anomali. Questi segnali corrisposero a ciò che poi si verificò: l’arrivo delle onde di tsunami.
Tali segnali sono codificati nella loro tradizione orale attraverso la leggenda del “Laboon”, la "grande onda che inghiotte le persone": una narrazione che associa l’improvviso ritiro del mare a un pericolo mortale e insegna a spostarsi verso l’entroterra.
La conoscenza, tramandata attraverso generazioni di osservazioni è ciò che permise alla comunità di riconoscere i precursori naturali dello tsunami e di mettersi in salvo, con una mortalità estremamente bassa tra i Moken rispetto alle popolazioni circostanti. Sebbene la vita in palafitte di legno, strutture leggere e vulnerabili agli eventi naturali estremi, potesse rendere i Moken più esposti al rischio, tale vulnerabilità è stata bilanciata da una profonda conoscenza dell’ambiente costiero e dalla corretta interpretazione dei suoi segnali.
Questo episodio ha suscitato l’interesse della comunità scientifica e delle organizzazioni internazionali come esempio di valore del sapere indigeno nell’ambito della riduzione del rischio di catastrofi naturali, spingendo a integrare le conoscenze locali nei programmi di allerta e preparazione ai rischi naturali.
Il maremoto del 2004 ha anche messo in evidenza l’importanza di combinare conoscenze scientifiche moderne con sapere tradizionale locale per ridurre il rischio di eventi avversi.

